Ci sono numeri che sembrano raccontare una buona notizia. Nel 2025 il mercato del lavoro italiano continua a migliorare: l’occupazione cresce, la disoccupazione scende e aumenta la stabilità dei contratti.
Ma se si osservano i dati più da vicino emerge una storia più interessante — e più complessa.
Per capire dove sta andando davvero il lavoro in Italia bisogna guardare soprattutto a due gruppi: donne e giovani. Sono loro che mostrano le trasformazioni più profonde del mercato del lavoro, tra cambiamenti demografici, nuovi percorsi educativi, mutamenti nella qualità dell’occupazione e una diversa distribuzione delle opportunità. La Relazione annuale 2025 della Banca d’Italia suggerisce che il problema del prossimo decennio potrebbe non essere più soltanto creare lavoro, ma capire chi lavorerà, in quali condizioni e con quali competenze.
Il lavoro cresce, ma non come prima
Nel 2025 l’occupazione italiana continua ad aumentare, ma con ritmi inferiori rispetto agli anni precedenti.
Dopo il forte recupero seguito alla pandemia, il mercato del lavoro entra in una fase più matura: crescono sia il numero degli occupati sia le ore lavorate, ma con intensità minore rispetto al biennio precedente.
È un cambiamento importante perché modifica il significato stesso della crescita occupazionale.
Non siamo più nella fase in cui si recuperano rapidamente i posti persi. Siamo in una fase in cui diventano centrali la qualità del lavoro, la composizione della forza lavoro e la capacità di sostenere la crescita nel lungo periodo.
Ed è qui che entrano in gioco donne e giovani.
Giovani: meno presenti nel mercato, ma in condizioni migliori
Uno dei dati più sorprendenti della Relazione riguarda proprio i giovani.
Negli ultimi anni è diminuito il numero dei giovani attivi sul mercato del lavoro. A prima vista potrebbe sembrare un segnale negativo: meno ragazzi cercano lavoro, meno partecipazione, meno dinamismo.
La lettura della Banca d’Italia è diversa. Una parte rilevante di questa riduzione dipende dal fatto che sempre più giovani restano più a lungo nei percorsi di istruzione e formazione.
Contemporaneamente diminuisce la quota di giovani che non studiano e non lavorano.
Questo cambiamento produce effetti anche sulle condizioni occupazionali.
Negli ultimi dieci anni si è ridotto il divario retributivo tra lavoratori giovani e lavoratori più maturi. Non significa che il problema sia risolto, ma il miglioramento è reale.
Dietro questo risultato ci sono almeno tre fattori.
Il primo è il livello di istruzione. I giovani entrano nel mercato con qualifiche mediamente più elevate rispetto alle generazioni precedenti.
Il secondo è il miglioramento della qualità del primo impiego: cresce il peso delle assunzioni nei servizi ad alta intensità di conoscenza, dove salari e prospettive sono generalmente migliori.
Il terzo è una graduale riduzione delle forme contrattuali più instabili.
Questo non elimina il problema della precarietà, ma indica che una parte delle nuove generazioni riesce a costruire percorsi iniziali più solidi rispetto al passato.
Donne: il cambiamento è più lento, ma sta cambiando il profilo del lavoro femminile
Se per i giovani il tema centrale è il rapporto tra formazione e occupazione, per le donne il nodo resta la qualità dell’inserimento lavorativo e la capacità del sistema di valorizzarne il capitale umano.
La Relazione evidenzia un dato particolarmente interessante: il miglioramento della posizione delle nuove generazioni è stato molto più marcato tra le persone con istruzione universitaria. E questo riguarda in misura importante anche le donne. Negli ultimi anni è aumentata in modo significativo la quota di donne giovani con titolo universitario. Questo significa che una parte crescente dell’offerta di lavoro femminile entra sul mercato con competenze più elevate.
Tuttavia il miglioramento non è uniforme. Tra i gruppi che hanno beneficiato meno della riduzione dei divari retributivi ci sono proprio le donne non laureate. È un segnale che richiama un tema strutturale dell’economia italiana: istruzione, occupazione femminile e qualità del lavoro continuano a essere fortemente collegate.
Le donne che accedono ai segmenti più qualificati del mercato registrano progressi più rapidi; chi resta fuori dai percorsi di istruzione superiore continua invece a incontrare ostacoli maggiori.
Il grande tema che cambia tutto: la demografia
Forse il passaggio più importante della Relazione non riguarda direttamente né donne né giovani, ma il contesto che determinerà il loro futuro.
L’Italia sta invecchiando.
Nel 2025 cresce soprattutto il numero di lavoratori con più di 50 anni.
Allo stesso tempo diminuisce il peso delle fasce più giovani della popolazione.
Questo fenomeno produce effetti economici enormi.
Da un lato aumenta la permanenza nel lavoro delle generazioni più anziane.
Dall’altro riduce la disponibilità complessiva di forza lavoro.
Per donne e giovani questo scenario apre una domanda nuova.
Se il lavoro disponibile non mancherà, chi sarà nelle condizioni di occuparlo?
La risposta della Banca d’Italia è implicita ma chiara: conteranno sempre di più partecipazione, istruzione, competenze e capacità di adattamento tecnologico.
Meno disoccupazione non significa automaticamente più opportunità
C’è un altro dato che merita attenzione.
Il tasso di disoccupazione continua a scendere e raggiunge livelli che l’Italia non vedeva da molti anni.
Ma il motivo principale non è che trovare lavoro sia diventato molto più facile.
Secondo l’analisi della Relazione, la riduzione dipende soprattutto dal fatto che meno persone stanno perdendo il proprio impiego.
Questo significa maggiore stabilità, ma significa anche minore mobilità.
In altre parole: chi è già dentro il mercato tende a restarci, mentre per chi deve entrare o cambiare percorso le opportunità non crescono necessariamente allo stesso ritmo.
Per donne e giovani questo è un punto cruciale.
Perché sono proprio i gruppi che più spesso attraversano transizioni: studio-lavoro, rientro dopo maternità, cambi di carriera, ingresso nei settori emergenti.
E adesso?
La fotografia della Banca d’Italia restituisce un’immagine meno pessimista di quella che spesso accompagna il dibattito pubblico sul lavoro in Italia.
Ci sono segnali incoraggianti.
I giovani stanno entrando con livelli di istruzione più elevati.
Le donne aumentano il proprio peso nei percorsi ad alta qualificazione.
La qualità media dell’occupazione mostra alcuni miglioramenti.
Ma i risultati non sono ancora strutturali.
Il rischio è che la transizione demografica e tecnologica allarghi nuove disuguaglianze tra chi possiede competenze aggiornate e chi ne resta escluso.
La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto quella di creare posti di lavoro, ma soprattutto quella di costruire un mercato capace di offrire spazio, continuità e crescita proprio a chi oggi rappresenta il cambiamento: donne e giovani.
