Il cinema racconta la società, ma ne rivela anche le contraddizioni. La vittoria di Woman Unknown, diretto dalla regista danese-egiziana May el-Toukhy, alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è l’occasione per riflettere su una di queste contraddizioni: la distanza che ancora separa uomini e donne nel mondo del cinema.
Il film ha vinto il Leone d’Oro per il miglior film alla Mostra di Venezia 2026. La protagonista Mathilde Arcel ha ricevuto anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: un doppio riconoscimento, per la regista e per l’attrice.
Il premio pesa ancora di più per un motivo preciso: May el-Toukhy era l’unica regista donna tra i 21 film in concorso principale. La sua vittoria conferma quanto talento femminile esista nel cinema — e quanto siano ancora strette le porte d’accesso ai livelli più alti dell’industria.
La storia di una donna invisibile
Woman Unknown è ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra. Racconta la storia di una giovane domestica che cerca di costruirsi un futuro, mentre il suo passato torna a perseguitarla: deve fare i conti con il giudizio della società, con la propria memoria e con le conseguenze di una relazione avuta durante la guerra.
La vicenda personale diventa così una riflessione più ampia su donne, potere, reputazione e libertà. Il film mostra come, in determinati periodi storici, il corpo e le scelte delle donne siano stati sottoposti a un controllo sociale molto più severo rispetto a quello riservato agli uomini.
Non è un caso che il film sia diretto da una donna. Uno sguardo femminile non rende un’opera automaticamente migliore, ma può ampliare il modo in cui certe esperienze vengono raccontate. La stessa el-Toukhy ha dedicato il premio alle donne «invisibili» e senza voce.
Quante sono davvero le donne che fanno cinema?
Per capire il peso della vittoria di Woman Unknown bisogna guardare oltre il singolo premio. I dati sulla presenza femminile nell’industria mostrano uno squilibrio ancora netto.
Secondo l’Annenberg Inclusion Initiative, nel 2024, tra i film più popolari negli Stati Uniti, le donne rappresentavano:
- il 21,7% dei registi
- il 12,9% degli sceneggiatori
- il 27% dei produttori
- appena l’8,4% dei compositori
Rispetto al 2007, i progressi dietro la macchina da presa sono stati minimi. Lo studio, che analizza 1.900 film di successo distribuiti tra il 2007 e il 2025, conferma che la disparità di genere nella regia è un problema strutturale, non un’eccezione statistica.
Il problema, insomma, non è la mancanza di donne capaci o interessate a fare cinema. È l’accesso ai ruoli di maggiore responsabilità — e la possibilità di mantenere una carriera nel tempo.
Non solo registe: la parità riguarda tutta la filiera
Quando si parla di parità nel cinema si pensa soprattutto alle registe. Ma la questione coinvolge molte altre professioni: sceneggiatori, produttori, direttori della fotografia, montatori, compositori.
Perché conta? Perché le decisioni prese dietro la macchina da presa influenzano ciò che vediamo sullo schermo:
- chi scrive una sceneggiatura sceglie quali personaggi raccontare
- chi produce decide quali progetti finanziare
- chi dirige stabilisce il punto di vista da cui una storia viene raccontata
Più donne in questi ruoli significa più varietà di esperienze e prospettive nel cinema che arriva al pubblico.
Il successo di una donna non dovrebbe essere un’eccezione
La vittoria di May el-Toukhy è importante, ma sarebbe riduttivo considerarla significativa solo perché il Leone d’Oro è andato a una donna.
La parità di genere non significa premiare qualcuno in base al genere: significa garantire a uomini e donne le stesse opportunità di competere e di essere giudicati sulla qualità del lavoro. Il problema emerge proprio nei numeri: se le donne sono numerose nel settore ma diventano sempre più rare man mano che si sale verso i ruoli decisionali, gli ostacoli sono strutturali.
Il caso di Venezia è emblematico: nel 2026 Woman Unknown era l’unico film del concorso principale diretto da una donna senza co-regista uomo. E proprio quel film ha vinto il premio più importante. Una vittoria straordinaria — ma anche un dato su cui riflettere: perché una presenza femminile così ridotta resta la normalità in un grande festival internazionale?
Il cinema come specchio (e motore) della società
La parità nel cinema non riguarda solo chi ci lavora: il cinema contribuisce a costruire l’immaginario collettivo. Per decenni le donne sono state rappresentate soprattutto come madri, mogli o oggetti del desiderio.
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: sempre secondo l’Annenberg Inclusion Initiative, nel 2024 54 dei 100 film statunitensi di maggiore incasso avevano una donna o una ragazza come protagonista o co-protagonista, contro i 30 del 2023.
È un segnale positivo, ma non basta: avere più protagoniste sullo schermo conta poco se, dietro lo schermo, le donne continuano ad avere meno possibilità di dirigere, scrivere e produrre. La vera parità riguarda entrambi i piani — chi raccontiamo e chi ha il potere di raccontare.
Un Leone d’Oro che apre una domanda
La vittoria di Woman Unknown si legge su due livelli: il riconoscimento artistico di un film che ha convinto la giuria di uno dei festival più importanti al mondo, e il valore simbolico di una regista arrivata al vertice in un settore dove le donne restano sottorappresentate.
Ma l’obiettivo finale non dovrebbe essere celebrare ogni volta un’eccezione. Dovrebbe essere arrivare a un punto in cui non sarà più necessario sottolineare il genere di chi ha vinto — quando una regista donna competerà per il Leone d’Oro con la stessa normalità di un regista uomo, quando una direttrice della fotografia non sarà una rarità, quando una produttrice o sceneggiatrice avrà le stesse possibilità di finanziare il proprio progetto.
Il Leone d’Oro a Woman Unknown è prima di tutto un premio cinematografico. Ma può diventare anche un simbolo di cambiamento: la vittoria di May el-Toukhy dimostra che le donne possono arrivare ai vertici del cinema. I dati, però, ricordano che le eccezioni non bastano — servono opportunità più eque per tutti.
La sfida della parità di genere nel cinema resta aperta. Il Leone d’Oro di Woman Unknown non dovrebbe essere un punto d’arrivo, ma un passo verso un’industria in cui il talento emerga senza essere ostacolato dal genere.
